L’arte della guerra
La catena di comando
Manlio Dinucci
Abbiamo un nuovo
Comandante supremo alleato in Europa: il generale Curtis Scaparrotti
dell’esercito degli Stati uniti. Scelto secondo la procedura democratica della
Nato.
Il presidente Obama – che è allo stesso tempo capo di stato, capo del governo e
comandante in capo delle forze armate – ha nominato il generale Scaparrotti
comandante del Comando europeo degli Stati uniti, carica che gli dà diritto di
assumere contemporaneamente quella di Comandante supremo alleato in Europa. Il
Consiglio Nord Atlantico, composto dai rappresentanti dei 28 Stati membri, ha
quindi approvato la nomina.
Prosegue così la «tradizione» secondo cui il Comandante supremo in Europa deve
essere sempre un generale o ammiraglio degli Stati uniti, i quali possono in
tal modo controllare la Nato attraverso la propria catena di comando. Sono in
mano agli Stati uniti anche gli altri comandi chiave.
In Afghanistan, il generale Usa Nicholson ha assunto il comando della missione
Nato «Appoggio Risoluto», sostituendo il generale Usa Campbell.
Contemporaneamente la Nato ha firmato col Kuwait l’«Accordo sul transito», che
permette di creare il primo «hub» (scalo aeroportuale di transito) della
Alleanza atlantica nel Golfo.
Esso servirà non solo ad accrescere l’invio di forze e materiali militari in
Afghanistan, ma anche alla «cooperazione pratica della Nato col Kuwait e altri
partner Ici (Iniziativa di cooperazione di Istanbul), come l’Arabia Saudita».
Partner sostenuti segretamente dagli Usa nella guerra che fa strage di civili
nello Yemen.
In base a un piano del Pentagono approvato dal presidente Obama – riporta il New
York Times (14 marzo) – è stato costituito un gruppo di pianificazione
composto da 45 ufficiali Usa, agli ordini del generale Mundy dei marines: esso
fornisce all’Arabia Saudita e ai suoi alleati informazioni, raccolte con
droni-spia, sugli obiettivi da colpire nello Yemen, e addestra con
forze speciali unità anfibie degli Emirati per uno sbarco nello Yemen.
In tale quadro assume particolare importanza la decisione del presidente Obama
di mettere il generale Joseph Votel, capo del Comando delle operazioni
speciali, alla testa del Comando centrale Usa, nella cui «area di
responsabilità» rientrano il Medio Oriente, l’Asia centrale e l’Egitto. Ciò
conferma – come sottolineava il Washington Post nel 2012 – «la preferenza
della amministrazione Obama per lo spionaggio e l’azione coperta piuttosto che
per l’uso della forza convenzionale».
È lo stesso Presidente degli Stati uniti – riportava nel 2012 il New York
Times in una inchiesta, confermata da una successiva del 25 aprile 2015 –
ad approvare la «kill list», aggiornata di continuo, comprendente persone di
tutto il mondo che, giudicate nocive per gli Stati uniti e i loro interessi,
sono condannate segretamente a morte con l’accusa di terrorismo.
Anche se con l’intervista a The Atlantic Obama si è tolto dei sassolini
dalla scarpa, restano i macigni che pesano sulla sua amministrazione, come
sulle precedenti. Tra questi, come emerso dalle mail della Clinton,
l’autorizzazione segreta di Obama per l’operazione coperta in Libia, coordinata
con l’atttacco Nato dall’esterno. Il cui scopo reale era bloccare il piano di
Gheddafi di creare una moneta africana, in alternativa al dollaro e al franco
Cfa, che avrebbe danneggiato le multinazionali e i gruppi finanziari
occidentali.
L’ordine di demolire lo Stato libico è venuto, prima che dal presidente degli
Stati uniti e dalla gerarchia dei suoi alleati, dalla cupola del potere
economico e finanziario, di quell’1% che arriva a possedere più del restante
99% della popolazione mondiale.
Sullo
stesso argomento vedi su Pandora TV «La notizia» http://www.pandoratv.it/?p=6685